Funziona così: hai dei Bitcoin e li vuoi vendere, in cambio di moneta di altro tipo, per esempio euro. Vai in un apposito sito, carichi il tuo account personale con la cifra da piazzare, e via, aspetti che qualcuno faccia la sua offerta. Questi siti di scambio, ovviamente, servono anche per acquistare i Bitcoin, ma funzionano pure da banca: li metti lì, in attesa di venderne, o acquistarne, a cifre convenienti. Ora mettiamo che, tra i tanti siti che offrono questo servizio, ce n’è uno più famoso di tutti, Mt. Gox. Così famoso che, nell’aprile 2013, gestiva il 70% degli scambi a base di Bitcoin, sceso a un comunque rispettabile 21% negli ultimi mesi. Vista l’autorevolezza del sito, tanti utenti gli hanno affidato la propria moneta elettronica, in tutta tranquillità. Il 23 Gennaio, però, iniziano le avvisaglie del disastro: Mark Karpeles, ceo di Mt. Gox, si dimette dalla Bitcoin Foundation, fondazione che ha lo scopo di proteggere e promuovere l’utilizzo di Bitcoin in tutto il mondo. L’indomani, l’account Twitter di Mt. Gox viene svuotato di tutti i suoi tweet. E poche ore dopo, il patatrac: dapprima il sito diventa irraggiungibile, e poi mostra un avviso che lascia intendere una qualche possibile acquisizione. Ieri, il 26 febbraio, il messaggio è stato aggiornato, con parole dello stesso Mark Karpeles che assicura tutti sul fatto che lui e il suo team stanno cercando una soluzione a quanto accaduto. Il problema, però, è che nessuno sa ancora, di preciso, cosa sia accaduto. Il sito operò è sparito, e con lui al momento i bitcoin depositati. L’ipotesi acquisizione è molto difficile da credere, perché non ci sarebbe niente di peggio che mettere il sito offline nel corso delle trattative con un potenziale compratore. Così c’è chi parla di un attacco hacker, ma anche questa ipotesi è quanto mai remota: Karpeles e compagni lo avrebbero detto subito, perché poter scaricare la colpa su un fattore esogeno, per quanto grave, è sempre meglio che attirare a sé sguardi indignati e far parlare le malelingue. E poi, c’è da considerare l’escalation dei fatti, con quella fuoriuscita sospetta dalla Bitcoin Foundation, e a seguire il reset dell’account Twitter. Dunque, rimane in piedi, al momento, un’unica spiegazione: Mt. Gox stava per fallire, e ha dovuto chiudere, portando nella tomba 744.408 Bitcoin, che al cambio attuale equivalgono a circa 280 milioni di euro. Le ragioni del possibile fallimento non sono chiare, ma ormai da qualche mese, presso siti e forum specializzati in Bitcoin, erano in molti a sconsigliare l’utilizzo di questa piattaforma di scambio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, per non dire esplodere, è stata, probabilmente, la pubblicazione di un documento riservato. Se il documento fosse autentico, sarebbe in atto un piano a quattro fasi, dove la situazione attuale è rappresentata dalla fase 2: disattivare il sito per un mese, annunciando la sua ristrutturazione. A seguire, sempre stando al documento, ci sarà la rifondazione del sito, con tanto di nomina di un nuovo Ceo, e una politica di rilancio basata sulla riconquista della fiducia da parte del pubblico. Una stima forse un po’ troppo ottimista. Descritta la situazione, rimangono due nodi da sciogliere: che ne sarà di quei 280 milioni di euro e che ne sarà dei Bitcoin. La sorte del denaro sepolto insieme a Mt. Gox è avvolta da una cortina di mistero, ma le speranze di rivederlo sembrano davvero poche. Quanto al Bitcoin, va detto e sottolineato che non ha nulla a che fare con Mt. Gox. Il sito di scambio è uno dei tanti sulla piazza, un servizio commerciale di cambio di questa moneta elettronica. Il Sistema Bitcoin, invece, è un’altra cosa: la moneta funziona, è sempre più diffusa e supportata. La chiusura di Mt. Gox, insomma, non equivale, in nessun modo, alla chiusura o al fallimento del Bitcoin. Quanto accaduto, piuttosto, potrebbe avere delle ripercussioni a livello d’immagine nei confronti di chi non conosce questa crypto-moneta, o la sta adocchiando in attesa di vedere come evolve.